lunedì 24 ottobre 2011

Maledizione!

Le ho trovate, le parole. Un giorno dopo. Mentre continuo a leggere e rileggere i giornali. Perchè per me, quanto accaduto ieri ha ancora i contorni dell'incubo, dal quale spero un giorno di potermi svegliare e poi andare da mio padre e mai madre e dire: "Ho fatto un brutto sogno, che il Sic è morto in un a caduta in Malesia". E invece no, merda. Non è un brutto sogno, e ti accorgi in questi momenti quanto quella frase all'apparenza fatta sia vera: la realtà a volte riesce a essere peggiore del tuo peggiore incubo. Sono quei momenti in cui tu imprechi e riesci solo a dire maledizione! 
Ti accorgi che anche gli eroi sono mortali, che c'è sempre qualcosa che è più forte di un sorriso sempre stampato, di quella chioma riccia contenuta a fatica dentro a un casco, quello stesso casco che rotola nell'erba dopo essersi slacciato.
Simoncelli sembrava uno invulnerabile, un immortale, uno di quegli eroi dei fumetti che si rialzava sempre ed era pronto a sdrammatizzare con una battuta. Perché correre è un gioco, un gioco per adulti che rimangono eterni Peter Pan. Ma quel gioco ultimamente si sta portando via troppe persone: settimana scorsa Wheldon, nell'infernale carambola di Las Vegas. Ieri Simoncelli, arrotato dalla moto di Edwards e del suo migliore amico Valentino Rossi. Perchè ieri il Dio degli sportivi ha deciso di non fare sconti e di divertirsi lui, stavolta. Ha deciso non solo di portarsi via un ragazzo fantastico e un campione di sicuro divenire, ma lo fatto anche nel modo più crudele, in mondovisione e con Valentino come messaggero.

domenica 23 ottobre 2011

...

è difficile dare un titolo, trovare le parole. Ci proverò, a caldo, ancora mentre tremo dallo shock. Marco Simoncelli è morto stamattina a Sepang in un terribile incidente di corsa. Ero in camera mia a vedere la finale del rugby quando entra mio padre, con una faccia mesta e mi dice testuali parole: "Mi sa che ci siamo giocati il Sic". Lui, a terra, immobile e senza casco. Un'immagine terribile e che francamente lascia poco alle speranze. La vita non è un film, e nemmeno un cartone animato, dove i personaggi dopo botte terribili si rialzano al massimo con un occhio nero.
Non mi sono ancora ripreso dalla tragedia che ha colpito Wheldon la settimana scorsa in Indycar che subito un'altra nuvola nera si abbatte sul motorsport.
E stavolta, quella bastarda vestita di nero si è portata via un ragazzo di 24 anni, i suoi riccioli, il suo "diobò" divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica, la sua voglia di correre e divertirsi in barba al pericolo e al rischio, sempre dietro l'angolo in questi sport.
Non trovo parole per descrivere quello che è successo, lo shock e l'incredulità e troppa, non riesco a pensare che l'ultima immagine di Sic sia stata quella di lui sorridente che pubblicizza il suo sito poco prima della partenza della gara, della sua ultima gara.
Ciao Marco, ci mancherai!

lunedì 17 ottobre 2011

Siamo tutti Indysti???

Ho letto molti commenti sui siti dei maggiori quotidiani sportivi circa l'incidente costato al vita a Wheldon ieri in quel di Las Vegas e ho notato molti commenti superificiali, a volte stupidi, comunque figli del fatto che si parli di questa categoria solo in determinate occasioni, spesso negative come in questo caso. La Formula Indy è noiosa? Niente affatto! Le gare snon avvicnenti, spettacolari, figlie di macchine tutte uguali dove la vera differenza la fa il pilota, la sua bravura, la sua abilità, il suo manico. Tecnologia ridotta al minimo (niente ala mobile, kers e altre diavolerie il cui funzioanmento sottosta a complessi e cervellotici regolamenti), massima ricerca dello spettacolo. Inoltre si corre su ogni tipologia di ciricuito: ovali lunghi, ovali corti, circuiti cittadini, circuiti permanenti. 
La Formula Indy è pericolosa? Quanto e come tutte le altre categorie del motorsport. Le ricerche in campo di sicurezza sono state notevoli, come notevoi sono stati i miglioramenti conseguiti, tanto che spesso e volentieri si sono visti piloti uscire illesi da botti spaventosi, che facevano fin da subito presagire il peggio; tanto che lo stesso Wheldon è morto solo perchè ha battuto con il casco contro le protezioni e quello e l'unico punto debole, in qualsiasi categoria. Sicuramente gli ovali presentano una dose di rischio maggiore, viste le medie che si registrano e la grande quantità di auto in pista (ieri al via erano in 34); il contatto è molto più facile ed è assai facile innescare carambole spaventose come quelle di ieri, ma le corse sono eccitanti e aperte fino alla fine.
La Formula Indy è uno sport estremo? Vale come sopra. Non dimentichiamo che i piloti della MotoGP raggiungono velocità di oltre 300 Km/h e sono del tutto nudi, privi di protezione. Per non dire delle monoposto di Formula1.
Io ho cominciato a seguire per gioco quest'anno il campionato e devo dire che mi è piaciuto, mi è piaciuto lo spirito americano delle corse, il dare punti a chiunque arrivi al traguardo e tante altre cose che hanno reso il campionato Indy ben più avvincente di quello di F1. E non sarà questa tragedia a farmi cambiare idea.
Concludo con una preghiera: la Indy, così come la F1 o la MotoGp, può piacere e non piacere. Ma non parlate (male pergiunta) di essa solo quando c'è da piangere un morto!

  

domenica 16 ottobre 2011

C'est la vie...

Si dice sempre sempre così: la morte fa parte della vita. Qualcuno, se non erro Steve Jobs, disse in un suo famoso discorso che la morte è la più grande invenzione della vita. E la morte è piombata all'improvviso a Las Vegas, durante l'ultima gara della Formula Indy 2011, in un groviglio di vetture all'interno del quale ha trovato la morte Dan Wheldon, pilota inglese di 33 anni che quest'anno si era visto recapitare sul piatto d'argento la 500 Miglia di Indianapolis dal maldestro rookie Hildebrand, che all'ultima curva ha stampato al sua vettura a muro mentre era in testa alla mitica gara. La fortuna gli ha voltato le spalle, proprio a Las Vegas, perché il destino è beffardo e a volte si diverte proprio a prenderti per il culo, perché nella patria del gioco d'azzardo si può vincere o si può perdere, anche tutto.
Dan ha perso tutto, come tutto hanno perso i suoi parenti più stretti, la moglie, i bambini piccoli.
Ora, come al solito, si leveranno tante voci ipocrite sulla scarsa sicurezza, sui rischi a cui vanno incontro questi piloti, ma alla fine tutto ritornerà al solito punto: c'est la vie. Molto spesso si corrono rischi incredibili e tutto va bene, il Dio degli sportivi è in sede e mette una mano in testa ai suoi protetti. Delle volte si prende anche lui un periodo di vacanza e succede l'irreparabile, succede quello che non vorresti mai che accadesse, succede quello che è tutto il contrario di quelle che deve essere un evento sportivo. Una festa che diventa tragedia, la musica che tace, le lacrime che prendono il posto dei sorrisi e dello champagne, un senso di frustrazione che si impadronisce di te.
Alla fine, tutto quello che rimane è solo un cinico c'est la vie

giovedì 13 ottobre 2011

L'insostenibile peso dell'essere portabandiera...parte 2 (ovvero, considerazioni di uno stupido)

Se qualcuno credeva che quelle della Pellegrini fossero solo parole uscite per sbaglio, insomma una gaffe, magari un po' voluta - ora che l'estate è finita e che a ben pochi interessa la sua liaison con il collega Magnini - per far tornare i riflettori su di sè, si ravveda immediatamente: nessuno scherzo, nessuna gaffe, era tutto tremendamente serio, come del resto ha tenuto a reiterare la nostra eroina (?) direttamente dal suo blog (che trovate all'interno del suo sito ufficiale www.federicapellegrini.com). Riprendo testualmente le parole, in modo da evitare ogni sorta di fraintendimento:

Ma quale gaffe ragazzi!!!io ridirei le stesse identiche parole che ho detto ieri durante l'intervista di skysport24 sull'argomento "portabandiera".
chi non capisce che per me stare 8 ore in piedi il giorno prima della GARA OLIMPICA (GARA CHE PREPARO DA 4 ANNI)e' impossibile, o non e' dotato di molta intelligenza, o non sa cosa vuol dire stare 8 ore in piedi.
MA SECONDO VOI A ME PIACE AVER FATTO 2 OLIMPIADI E NON ESSERE MAI RIUSCITA, PROPRIO PER QUESTO MOTIVO, A VEDERE UNA CERIMONIA DI APERTURA??!!
DIREI PROPRIO DI NO MA NON E' COLPA MIA SE IL NUOTO E' IL PRIMO SPORT CHE PARTE CON IL PROGRAMMA GARE LA MATTINA DOPO LA SERATA DI APERTURA DEI GIOCHI.spero di essere stata chiara abbatanza!
un abbraccio...fede

Una dichiarazione che presenta non pochi buchi, almeno da parte mia; ma purtroppo sono uno che secondo lei è dotato di poca intelligenza. E quindi ecco le considerazioni di uno stupido:
a) non sono mai stato in piedi otto ore al giorno, ma conosco gente che lo fa come lavoro, per pochi soldi. Tutti i giorni, per molti anni. E soprattutto, non alle Olimpiadi.
b) Carlos Checa, campione del mondo di Superbike, alla domanda se fosse faticoso o meno correre due manche in una giornata, rispose senza dubbio che era molto più faticoso stare in miniera.
c) Federica Pellegrini non è l'unica che il giorno dopo la sfilata ha le gare, non è l'unica che prepara le Olimpiadi per quattro anni, e soprattutto nessuno degli atleti presenti ai giochi olimpici è lì solo per fare la sfilata
d) io sarò anche uno stupido, ma qui qualcuno pecca decisamente di supponenza e presunzione
e) su una cosa sono d'accordo: Valentina Vezzali merita ampiamente l'onore di portare la bandiera a Londra, anche se non dimenticherei Josefa Idem...
my two cents, again!

mercoledì 12 ottobre 2011

L'insostenibile peso di essere portabandiera...

C'era una volta un ruolo tanto agognato, quello del portabandiera alle Olimpiadi. Per un atleta, qualsiasi atleta, avere la possibilità di poter guidare la propria rappresentativa durante a sfilata degli atleti ai Giochi Olimpici è un sogno che si coltiva fin da bambino, e che in pochi sono riusciti a coronare. E poi c'è che questo ruolo non lo vuole recitare, perchè "il calendario Olimpico è penalizzante: la sfilata olimpica dura mezza giornata e sette ore sulle gambe non si recuperano facilmente" [fonte www.sportmediaset.it]. A pronunciare queste parole è stata Federica Pellegrini, la quale ha poi aggiunto che sarebbe molto felice se il ruolo toccasse a Valentina Vezzali per ciò che a fatto per lo sport italiano. Certamente non una dimostrazione di stile, per una che dello stile (libero) ha fatto la sua ragione di vita. Io non sono un estimatore della donna Federica Pellegrini (pur riconoscendole il suo status di Fenomeno nel nuoto), e ho sempre pensato che un bagno di umiltà potesse non guastarle: già, perchè nessuno aveva comunque parlato di lei come portabandiera (l'argomento non era stato ancora preso in considerazione dai vertici federali) , e soprattutto questo deve essere un onore e non un peso o, per dirla con le parole di Petrucci "non deve essere una via crucis".
Che quello della Pellegrini sia stato un furbo mettere le mani avanti per evitare polemiche o discussioni? O per fare comunque parlare di sè? 
Sia quel che sia, ne esce ancora una volta sconfitta sul piano dell'immagine.
My two cents.

mercoledì 5 ottobre 2011

Mondiali di Rugby: io tifo Pumas!!!

Chiamatela pure sympathy for the underdog: simpatia per lo sfavorito (la traduzione letterale sottocane è cacofonica e del tutto priva di significato, motivo per cui la ometto e la cito a solo scopo ludico...), ma io tifo per i Pumas! Anche se davanti a loro si presentano i Neri, i padroni di casa, i favoriti per questo mondiale, quelli che non possono sbagliare pena un processo pubblico che farebbe impallidire il delitto della povera Meredith. Ma c'è un qualcosa, un fuoco sacro, un ardore, un orgoglio negli argentini che non può non portare dalla loro parte. Lo si vede già nel momento degli inni, tutti stretti e ondeggianti, alcuni in lacrime, altri con lo sguardo verso il cielo a cercare l'appoggio dell'Altissimo; tutti a giurare di essere pronti a morire con gloria per la Patria.


Non si vede in altre squadre una simile partecipazione al momento dell'inno. Non nei neozelandesi, che trovano la loro catarsi nell'Haka propiziatoria prima della battaglia.
C'è qualcosa di eroico e romantico nel gioco degli argentini, nel loro non mollare mai, nella loro difesa epica, nel loro gioco che magari disgusterà gli addetti ai lavori e i palati fini abituati ai giocolieri australiani o ai magici off-load di un Sonny Bill Williams, ma che si traduce in qualcosa di fottutamente (passatemi il termine non propriamente giornalistico) pragmatico. 
Nel 2007 i Francesi, padorni di casa (e questo dovrebbe far tintinnare più di un allarme per qualche neozelandese patito della Qabala), provarono per ben due volte sulla loro pelle cosa volesse dire affrontare i Pumas. Certo, gli All Blacks hanno un potenziale tecnico ben superiore, e inoltre i veterani di mille battaglie in mischia cominciano ad avere un'età molto più prossima ai quaranta che non ai trenta. Ma, c'è da starne certi, Roncero e compagnia di mischia, il rugby ruspante, il rugby dei poveri dei Pumas (anche se il simbolo dell'Unione Argentina di Rugby è il giaguaro, scambiato per Puma da un giornalista evidentemente a digiuno di conoscenze animalistiche, ma che ha avuto il merito di dare origine a un mito) darà del filo da torcere ai Maestri. Diversamente, mi sarò guadagnato il mio posto nell'albo delle ultime parole famose...