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mercoledì 18 luglio 2012

Elogio della follia del ciclista parte 2: Thomas Voeckler


Ci sono azioni, nel ciclismo, che hanno il potere di riconciliarti con uno dei più brutti Tour finora mai visti. E così, mentre Nibali prova perlomeno a cercare di scalfire il dominio granitico di Wiggins e Cadel Evans affondava sempre di più nella crisi che lo ha colto sulle rampe finali dell’Aspin, là davanti Thomas Voeckler costruiva il suo capolavoro. Un capolavoro fatto di lucida follia, determinazione, coraggio, gamba: nel ciclismo di oggi, dominato da robot radiocomandati dall’ammiraglia, qualche seguace di Erasmo da Rotterdam che fa della Pazzia la sua filosofia di corsa è sempre manna dal cielo, un po’ come fece quest’anno Boonen sull’inferno della Parigi-Roubaix.

Una fuga che sa di ciclismo d’altri tempi, perdipiù costruita nello scenario meraviglioso e al contempo infernale dei Pirenei e del cosiddetto “giro della morte”: Aubisque, Tourmalet, Aspin e Peyresourd, nomi che a solo pronunciarli fanno venire i brividi e tremare le gambe. Nomi che hanno fatto e che faranno la Leggenda del Tour, fatta di strade che si inerpicano sotto il sole bollente di luglio e popolate da migliaia e migliaia di tifosi provenienti da ogni parte del mondo e da mucche che brucano indifferenti alla fatica dei corridori.
T-Blanc, così è soprannominato Voeckler, non è di certo nuovo a imprese del genere e tutte le sue vittorie al Tour sono sempre state figlie di fughe da lontano; addirittura l’anno scorso tenne per alcuni giorni la Maglia Gialla e Evans dovette faticare non poco per avere ragione del coriaceo alsaziano abbonato alla lanterne rouge del premio combattività. Oggi è andato all’attacco fin dalle primissime battute della tappa, ha conquistato uno per uno tutti i Gran Premi della Montagna fino a strappare a Kessiakov la maglia a pois, e ha seminato ad uno ad uno tutti gli oltre trenta compagni di fuga andati all’attacco con lui al mattino, fino a rimanere da solo ai piedi del Peyresourd, dove si è liberato di Chris Sorensen. Al traguardo di Luchon ha così potuto brindare alla seconda vittoria in questa Grande Boucle.

Dal trionfo alla polvere, da Voeckler a Evans: all’australiano ora non resta che godersi gli ultimi giorni con il numero uno appiccicato alla sua maglietta rossonera della BMC e prendere atto che anche il podio ormai è pura utopia dopo gli oltre quattro minuti rimediati da Nibali, arrivato assieme a Wiggins e Froome dopo aver invano cercato di attaccarli sul Peyresourd. Chissà mai che domani l’australiano non si ricordi anche lui di aver letto Erasmo da Rotterdam (se lo ha letto) e non decida di diventare adepto della Follia lanciandosi anche lui in un attacco fin dalle prime battute: un qualcosa che ricordi ad esempio la meravigliosa cavalcata di Floyd Landis nel 2006, sebbene ci si auspichi un finale diverso dall’ingloriosa positività all’antidoping in cui incappò il Mormone in giallo. Win! Or die trying! Questo è il ciclismo che piace alla gente e che proietta gli atleti nell’Olimpo degli eroi.
Domani si sale ancora sui Pirenei, con la speranza di vedere ancora un’azione di questo genere, che può solo fare il bene di uno sport che fra eccessiva tattica a scapito dello spettacolo e continui scandali doping sta attraversando un momento poco brillante. Ma l’emozione di una cavalcata solitaria fra i giganti della montagna rimane un qualcosa di unico che solo uno Sport come il ciclismo può donare. Ed è quello che tutti i tifosi si augurano di ammirare.

domenica 8 aprile 2012

L'ultima follia del ciclismo va ad un folle...giusto così!!!

C'è chi la definisce "l'ultima follia del ciclismo". Per molti è "l'Inferno del Nord". Per tutti è semplicemente la Parigi-Roubaix, una corsa che è un simbolo di quel fantastico sport che è il ciclismo. 260 chilometri in mezzo alle campagne francesi, in quel Nord-Pas de Calais reso famoso dal film "Giù al Nord", coi suoi cieli grigi e la pioggia che pare sempre doversi rovesciare sui corridori che arrancano nelle tortuose stradine in alcuni tratti ancora lastricati in pavè. Già, il pavè, il nemico di ogni ciclista: 50 chilometri di denti che sbattono, di braccia che tremano, di polvere che si solleva. E ancora va bene quando non piove: altrimenti le facce dei corridori si trasformano in maschere di fango che però nulla hanno a che vedere con le terme e i beauty center. E poi quei nomi, ormai scolpiti nella memoria di tutti gli appassionati: la foresta di Arenberg, il Carfour de L'arbre, al termine del quale si spalancano finalmente le porte del paradiso dopo tanto pedalare nell'Inferno.
E oggi Tom Boonen, fiammingo, ha scritto per la quarta volta il suo nome nell'Albo d'oro al termine di un'azione che si potrebbe definire folle. Già, perchè solo un folle (o un grande campione) poteva concepire l'idea di partire a 50 chilometri dalla fine, liberarsi di un compagno di squadra nemmeno fosse un peso e volare indisturbato verso la vittoria finale. La quarta. Prima di lui, solo un'altra leggenda del ciclismo belga, Roger De Vleaminck negli anni '70, era riuscito nell'impresa.
Un'azione d'altri tempi quella del fiammingo, una cavalcata solitaria che riporta alla memoria gli anni leggendari del ciclismo, quando il coraggio e la follia (e rieccoci!) del Campione decidevano le gare, e non le radioline e gli ordini dalle ammiraglie. Un uomo e la sua bicicletta, nemmeno i guantini di protezione: mancava soltanto il tubolare di riserva in spalla e le immagini in bianco e nero per trasportare Boonen negli anni ruggenti. 
C'è stata anche una piccola soddisfazione per i colori azzurri in questa giornata di elogio alla Follia che avrebbe fatto felice Erasmo da Rotterdam: il nostro Ballan si è classificato terzo. Ma questo è solo un dato statistico, per quanto importante: oggi a vincere è stata la Follia.  Secondo Erasmo la Follia allunga la vita. Non solo: fa aumentare anche il numero delle vittorie.  

lunedì 4 ottobre 2010

Eroi nella polvere, un amore nonostante le corna: io e il ciclismo

Ci risiamo, eccone un altro. Un altro eroe del ciclismo caduto nella rete del doping, almeno così pare. E stavolta il nome è di quello che pesa, perché si tratta nientemeno che di Alberto Contador, il fenomeno spagnolo riemerso dalle ceneri di un aneurisma celebrale che per poco non se lo portava via con se a soli 24 anni. Era esploso al Tour del 2007, mettendo in mostra scatti micidiali e alla fine portandosi a casa quell’edizione della corsa francese, avvelenata manco a dirlo dal doping. Poi nel 2008 Giro d’Italia e Giro di Spagna, quindi altri due Tour de France consecutivi, nel 2009 e nel 2010. e l’altro giorno la bomba: Contador positivo all’antidoping durante l’ultimo Tour de France a una sostanza dal nome quasi impronunciabile: Clembuterol, una sostanza anabolizzante. Secondo il corridore spagnolo, che fin dall’inizio aveva giurato e spergiurato sulla propria estraneità al mondo e alla pratica del doping, la causa della positività sarebbe da riscontrare in una bistecca avariata consumata durante la corsa. Fin qui la cronaca. Tralascio il dibattito solito e stucchevole fra colpevolismo e innocentismo, non è questa la sede.
C’è però qualcosa d’altro che voglio sottolineare: il mio rapporto col ciclismo si può riassumere nell’amore cieco. Nonostante mi sia sentito tradito più volte, continuerò ad amare questo sport, a guardarlo, a osservare le sfide all’ultima pedalata dell’ultimo sport romantico rimasto, dell’ultimo sport dove l’uomo continua a contare più della tecnologia. Uno sport fatto ancora di sudore, lacrime, a volte sangue, di salite (terribili, arcigne) e discese, di Inferno e Paradiso, di Storie che si intrecciano nei lunghi chilometri della corsa, di nomi leggendari che nell’immaginario collettivo continueranno a riecheggiare fino alla fine dei tempi. Purtroppo ultimamente è uno sport fatto soprattutto di doping, squalifiche, cadute di eroi. Ma come Contador, l’ultimo Eroe del ciclismo pulito ora caduto nella polvere, anche il Ciclismo saprà risorgere dalle ceneri e tornerà a raccontare Storie e Leggende di piccoli uomini che in sella alla loro cavalcatura sfidano i giganti della Montagna.